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Qual è il tuo verso? La primavera dei “capitani” 2.0. al Glob teacher Prize

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

Così parlava il professor John Keating ai ragazzi del collegio di Welton ne L’attimo fuggente . Così ci piacerebbe che fosse, sempre, anche fuori dai film. Trovare un posto per le cose che ci accendono l’entusiasmo, nella scuola e fuori, sarebbe un ottimo proposito da considerare. Cogliere l’attimo, sovvertire le regole, salire sui banchi delle proprie ribellioni, chiedere conto alle proprie passioni, questo vuol dire insegnare la primavera. Che se quando arriva coincide con il giorno dedicato alla poesia, un motivo ci sarà di sicuro.

Non importa sapere esattamente cosa sia un verso, non è necessario conoscere la metrica che lo compone, quello serve alla sapienza, non alla vita. Ciò che conta è saperlo riconoscere, perché quando riusciamo a sentire stiamo già facendo poesia, soprattutto per noi stessi.

Darsi l’opportunità di avvertire il poetico nelle orecchie, sulla pelle e nello stomaco vuol dire insegnarsi la voglia di appuntare l’emozione su quello che ci gira intorno e le cose attraverso il quale noi impariamo a essere ciò che siamo.

La poesia è soprattutto quella che non si scrive: è nelle fessure delle cose, nello spacco fra la velocità e la lentezza. È poesia la rinascita, più che la messa al mondo, perché il primo respiro non è tanto il nostro, quanto di chi ha scelto per noi.

Ma tutti gli altri, specie se profondi, sono una personale conquista. E sapete perché? Perché se nasci di nuovo vuol dire che prima sei morto, da qualche parte, in qualche modo. Hai spezzato la catena del deve andare così e hai aperto la strada del voglio che sia così. Voglio sapere di cosa è fatta la primavera, voglio una pausa. Voglio me stesso. E non capita spesso, non capita a tutti. Perché a volte mancano gli strumenti, il coraggio, primo fra gli altri .

Mancano le pacche sulle spalle che insegnano la fiducia, e  gli esempi che ti formano al desiderio, alla ricerca.

Chissà se questo lo sa la buona scuola, che buona non lo è affatto. Chissà se chi sta dietro le leggi se lo è mai chiesto qual è il suo verso. Chissà se, prima o poi, di quegli insegnanti che i propri alunni li guardano negli occhi e non sul registro, si comincerà a parlare sul serio.

Come quelli del Glob teacher Prize – il Nobel degli insegnanti-

I capitani moderni, quelli che la buona scuola- nazionale e internazionale- se la costruiscono da soli, da qualche anno hanno la possibilità di sfidarsi in una gara organizzata per iniziativa dell’ Unesco. A premiare il migliore insegnante è la Varkey Foundation che sostiene la valorizzazione del duro lavoro dei docenti di tutto il mondo, ricompensandoli anche economicamente.

L’ evento, forse ancora poco conosciuto ai più, si fa testimonianza di storie importanti, piene di bellissime primavere umane. È il caso di Stephen Ritz che, lo scorso anno, ha ottenuti molti plausi. La sua personale missione era stata ed è finalizzata alla trasformazione di una scuola del Bronxs- uno dei quartieri più tristemente famosi di New York- in un vero e proprio orto.

In questo modo, Ritz insegna ai suoi ragazzi l’ importanza del contatto con la natura e quanto sia necessario un corretto regime alimentare, non tralasciando l’attenzione sull’ impegno e il sacrificio che, ad esempio, la vita rurale comporta.

Degno di nota, anche il metodo dalla cambogiana Phalla Neang, la docente più votata sul web, che ha brevettato un sistema per insegnare l’inglese e la matematica a ragazzi non vedenti attraverso il computer e la musica. A vincere il premio dello scorso anno era stata Nancie Atwell, l’ insegnante che educa alla scelta attraverso la letteratura, facendo decidere direttamente ai suoi allievi del centro per l’apprendimento del Maine, in un panorama di oltre diecimila titoli, i libri su cui studiare.

Se state per pensare che queste sono verità troppo estranee all’ Italia, state fermi che vi sbagliate! Anche noi abbiamo i nostri capitani, ed i loro  versi sono arrivati in finale nella gara di quest’anno:

Annamaria Berenzi, docente di matematica in una sezione ospedaliera di Brescia,

Daniela Ferrarello, insegnante di matematica in una sezione carceraria di Catania,

Consolata Maria Franco, docente di italiano nel carcere minorile di Nisida,

Dario Gasparo, insegnante di scienze in un istituto comprensivo di Trieste e Antonio Silvagni, docente di latino e materie letterarie in un istituto superiore di Arzignano (VI).

Alla prima finalista andrà un premio di  50.000 euro. Gli altri quattro, invece, riceveranno 30.000 euro ciascuno.

Il premio remunerativo verrà investito nelle  scuole in cui insegnano i docenti vincitori per la realizzazione di attività e progetti promossi e coordinati dalle e dai premiati.

Ovviamente è giusto dire che  esistono, nella vita di tutti i giorni, nelle scuole più difficili, insegnanti che mai nessuno premierà, ma che avranno dalla loro la passione per quello che fanno, nonostante le cento e mille insidie da fronteggiare, perché è ciò che li rende vivi.

Però raccontare storie così serve sempre, se non altro a sottolineare che la bellezza è possibile anche nella realtà, e non solo nei film.

È primavera!  Scegliamo il nostro verso. Facciamolo per noi. Per il presente, per il futuro.

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Michela Salzillo

Classe 1988, originaria di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) comincia presto a scrivere e col tempo la sua passione per la scrittura si intensifica sempre di più, tanto da dare vita ad una sua prima pubblicazione: le Confessioni del Cuore.