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Sono Claudio De Biasio e nessuno può toccarmi. La raggelante scalata di un anonimo architetto protetto da sindaci, prefetti, parlamentari e ministri per tenere a galla l’Italia grigia.

Caserta – “E’ protetto in alto, molto in alto, non si può toccare”. Sembra una frase uscita dalla bocca del capitano dei carabinieri Bellodi, ne “Il giorno della civetta”, quando le sue indagini si scioglievano sulla piastra rovente dell’omertà che proteggeva don Mariano Arena, ras della città, caudillo siculo con la faccia da colonnello di un regime peronista. Invece, queste sono parole che un prefetto (Corrado Catenacci, finito ai domiciliari nel 2011 per questioni legate allo smaltimento rifiuti), qualche anno fa, cucì sulla risposta da dare a chi gli chiedeva continuamente di Claudio De Biasio, architetto originario di Calvi Risorta, in provincia di Caserta.

“Non si può toccare”, certo, perché tutti, da destra a sinistra, facevano a gara per proteggere, raccomandare e tenersi stretto il professionista che figurava in ogni grande business di Stato, pur provenendo da un oscuro e mite paesino, adagiato tra resti archeologici e vacuità arruffata come marchio di una provincia sempre più permeabile alle fascinazioni dell’illegalità.

Bruno D’Urso, Francesco Chiaromone e Luigi Giordano lo definiscono «personalità criminale allarmante». Valutazione ricavata dall’esame del suo lungo curriculum giudiziario, nel quale brilla un rigo in particolare: «spiccata propensione a strumentalizzare indebitamente gli uffici pubblici da lui via via ricoperti». Claudio De Biasio non ha una carriera normale, perché il suo nome è sigillo a fuoco che sbuca nelle due più grandi inchieste giudiziarie degli ultimi anni. La terribile emergenza dei rifiuti in Campania e l’ultima operazione del clan Zagaria che, con il progetto “Le porte dei parchi”, voleva mettere il guinzaglio mafioso persino ai beni culturali e alle ristrutturazioni dei grandi castelli nel casertano. Il nome di Claudio De Biasio compare e scompare, senza poterlo mai afferrare.

Nel 2006, l’ingresso negli affari che contano, partendo da una piattaforma sicura: la sua città, Calvi Risorta.

E’ nel mese di giugno di quell’anno che De Biasio spunta fuori nel primo appalto per la realizzazione dell’area PIP, quella zona dove viene realizzato un piano di insediamento produttivo per le aziende. Con la Sintec sas, l’architetto caleno e l’ingegnere Davide Ferriello progettano il primo lotto della nuova zona industriale della città e lo realizza materialmente un signore che si chiamava Luciano Licenza.

Licenza, dopo qualche tempo, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti tra il clan dei Casalesi, l’imprenditoria e la politica nazionale. Oggi, l’imprenditore di Casapesenna collabora con la Giustizia e – nelle sue deposizioni torrenziali – ha tirato in ballo un senatore mastelliano e un parlamentare di Forza Italia, facendo tremare il milieu sistemico di tutta la Campania.

Dopo qualche tempo però, i due ragazzi della Sintec, Ferriello e De Biasio, hanno preso strade diverse, carriere divergenti, ma legate da un sottile strato di acqua stagnante. Ferriello, nell’agosto del 2014, è diventato proprio responsabile dei Lavori Pubblici a Calvi Risorta (la città dove lavorava come progettista di importati opere pubbliche) e, come prima uscita ha indetto una gara per il completamento delle condotte idriche cittadine. Chi l’ha vinta quella gara? Giovanbattista Fontana, il nipote di Luciano Licenza, coinvolto in fatti di camorra Casalese.

Lontano, nel suo attico sul mare di Napoli, dove ha trascorso i suoi periodi di carcerazione domiciliare (anche quello attuale, per l’ultima misura restrittiva irrogatagli, ndr), Claudio De Biasio ha fatto carriera, ma tanta carriera. Così brillante il suo cursus honorum, da farlo diventare direttore generale del bacino Ce4, poi commissario liquidatore per il Commissariato delle Acque della Regione Campania e poi, roba da strabuzzare gli occhi, vice di Guido Bertolaso e, alla fine di tanta scintillante strada professionale, uno dei responsabili del G8 a La Maddalena nel 2009.

Tra un incarico e l’altro, però, tre magistrati scrivevano una pagina del genere sulla figura di Claudio De Biasio: “sconcerta che un personaggio così colpito da iniziative giudiziarie riesca ancora a trovare credito nella Pubblica Amministrazione e, peraltro, con copertura di incarichi fiduciari, e non certo per concorso pubblico, oltre che per incarichi assolutamente rilevanti, quanto a funzione espletata”.  Niente da fare, la politica di ogni schieramento non poteva fare a meno del suo pupillo, nonostante gli avvertimenti della magistratura. E allora ci fu persino un sindaco di centrodestra della sua città, Calvi Risorta, a raccomandarlo per farlo nominare ai vertici del consorzio per l’immondizia, il Ce4. Quella nomina, dopo qualche mese venne rivendicata da tutti. Mezza politica campana faceva la fila, candela e cappello in mano, per far sapere di aver raccomandato il Divo Claudio. Ci fu persino il segretario particolare dell’ex ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi di An, a farsi in quattro per far sapere a tutti che De Biasio era diventato dirigente del Ce4 grazie alla “spinta” della corrente landolfiana.

Finita qui? Macché. Claudio De Biasio, nume tutelare di tutta la politica che “aveva un disperato bisogno di lui”, si ritrovò persino tra le carte dell’allora Ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio che, secondo le ricostruzioni, gli aveva offerto la segnalazione più robusta per farlo nominare subcommissario di Guido Bertolaso. E poi, il prefetto Corrado Catenacci che – nel 2004 – se lo tenne stesso al suo fianco, nel gotha del commissariato di Governo. Qualche tempo dopo, Michele Orsi – al telefono – disse: “Claudio De Biasio? E’ persona nostra”. Orsi venne poi freddato dal commando di Giuseppe Setola il primo giugno del 2008, nei pressi di un bar di Casal di Principe.

Poi, e questa è storia delle ultime settimane, lo tsunami de Le Porte dei Parchi, con sessantanove arresti. Era un programma farlocco per consentire al clan Zagaria di mettere le mani sui parchi archeologici e sulle strutture storiche del casertano. Una scatola di società e raggruppamenti temporanei di professionisti che, secondo i magistrati, avrebbero agito con la supervisione occulta del clan Zagaria. Tra i nomi dei professionisti coinvolti, brilla uno su tutti. Claudio De Biasio. Perché la storia, quando ritorna, ha la struttura narrativa della farsa. Una farsa fatta di mafie, politica sempre pronta a ungere meccanismi e interi paesi, come Calvi Risorta ad esempio, che ancora non credono di essere diventati terminali di interessi inenarrabili. Su tutto il caos, una fuoriserie sfrecciava in queste terre. La guidava De Biasio e tutti si mettevano in coda per salutarlo al finestrino.

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Salvatore Minieri

Salvatore Minieri (1973) è un giornalista e scrittore italiano. Ha lavorato per Il Mattino di Caserta e La Gazzetta di Caserta. Le sue inchieste hanno portato alla luce alcuni scandali nel campo delle ecomafie operanti nel Mezzogiorno italiano. Nel gennaio del 2008, dopo la pubblicazione di una sua inchiesta sui beni gestiti dalla malavita organizzata, è stato vittima di un attentato intimidatorio a colpi di arma da fuoco, nei pressi della sua abitazione. Con la Spring ha pubblicato, nel 2014, I Padroni di Sabbia - Castel Volturno, storia di un abbandono, sulla condizione delle coste campane e dei corsi d'acqua avvelenati in provincia di Caserta. Nel 2015, un suo reportage ha fatto scoprire la più grande discarica tossica d'Europa, venuta alla luce a Calvi Risorta, in provincia di Caserta. Ha vinto il Premio Nazionale "Olmo" per la sezione Giornalismo d'Inchiesta e gli è stato assegnato il Premio Nazionale "Legalità Campania". Vive tra Formia, sul litorale laziale, e Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Nel 2016 ha pubblicato il libro di cronaca "I Pascià, storia criminale del clan Bardellino", giusto alla sua terza ristampa con la Spring Edizioni di Caserta