Home » Cultura » Uomini e donne sono uguali, ma maschi e femmine no. E la lingua italiana è una: rispettatela

Uomini e donne sono uguali, ma maschi e femmine no. E la lingua italiana è una: rispettatela

“Da grande voglio fare la giornalista”; l’ho scelto dopo aver letto tanti di quei libri da far fatica a contenerli tutti in un’unica casa. Un vizio di famiglia, si direbbe. Mio padre, sulla poltrona nel soggiorno ha sempre alternato un buon libro alle parole crociate (con irrinunciabile pennichella al seguito). Mia madre, invece, è più da letto, luce del comodino accesa ad illuminar la pagina del libro fino alle tre del mattino. Io e mia sorella, invece, leggiamo quando si può, dove si può. E ci si scambia i libri, ce li si regala a Natale, ai compleanni, ma anche senza occasioni stabilite dal calendario. Una passione la loro. Biologi, musicisti e biotecnologi in casa mia, con la passione per la lettura.

Io, invece, amo così tanto la lingua italiana che ne ho fatto un lavoro. Mal pagato, con orari folli, senza ferie e snaturato da chi ne abusa in maniera disonesta. Eppure su questa mia ambizione ho costruito le speranze per il futuro. E sarà per questo che oggi, in questa Italia che gioca a fare la contemporanea pur restando in bianco e in nero, mi si stringe il cuore nel vedere che la lingua italiana la si ignora o si tenta di cambiarla in malo modo per avallare ideologie femministe ed LGBT.

Basta un giro sui social network per comprendere che il 70% degli utenti ignorano la grammatica, la consecutio temporum, i tempi verbali, la punteggiatura. E ti consolerebbe leggere un po’ di sano italiano nel restante 30% se non fosse utilizzato per portare acqua al proprio mulino. Ma facciamo un passo indietro.

Da quando il mio cervello ha cominciato a camminare con le sue gambe (bene o male non lo so, ma cammina da solo), ho sempre sposato due battaglie: i diritti delle donne e i diritti delle comunità LGBT. Per nient’altro, nella mia vita, ho speso più voce, ho calpestato piazze, scritto articoli, raccontato storie, preso schiaffi alle manifestazioni a volte. E di gente che battagliava al mio fianco ne ho conosciuta. Persone di un’intelligenza invidiabile che, in nome della propria cultura, pensnoa di poter modellare anche la lingua italiana per dar voce al proprio progetto di uguaglianza.

E così, nei comunicati stampa lgbt, o negli status social che gridano – GIUSTAMENTE – rispetto, spariscono le vocali finali di parola. Si sostituiscono con degli asterischi. E così, il messaggio che trapela è “Per rispettare tutt*, aboliamo le differenze tra maschile e femminile”. Ma io non voglio rinunciare alla mia femminilità, non voglio rinunciare alla correttezza della lingua italiana. Vorrei che i diritti di tutti venissero riconosciuti senza asterischi, rispettando una natura che ci ha voluti estremamente diversi ma tutti portatori di un’unica dignità.

Ma non vorrei nemmeno che si finisse nell’eccesso opposto, dove le varie boldrini credono che io, donna, possa raggiungere l’uguaglianza sociale, politica, lavorativa, culturale ed economica semplicemente cambiando il cerimoniale, usando il termine sindaca, avvocatessa e via discorrendo. A noi donne interessa diventarci sindaco, astronauta, avvocato, pilota, magistrato.

Si, insomma, ci servono i fatti, i buoni esempi e non una nuova lingua che cambia l’apparenza, lasciando la polvere sotto i tappeti.

 

Aggiungi un commento!

Roberta Magliocca

Classe 1988, nasce in provincia di Napoli. Attualmente laureanda in Sociologia della Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica, si è diplomata nel 2012 in Scrittura Creativa presso gli Studi Rai di Via Teulada a Roma e nel 2015 diventa Giornalista Pubblicista presso l'Ordine dei Giornalisti della Campania. Autrice di "Interno Giorno" (Gruppo Editoriale L'Espresso) e "Portami a Vedere i Treni" (Senso Inverso Edizioni), ha collaborato alla stesura di un testo teatrale portato in scena da Michele Pagano nel Novembre 2016. Al momento è alle prese con il suo terzo lavoro letterario.