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Intervista a Giulio Cavalli. Mafia, antimafia, politica e calcetto.

Giulio Cavalli, “per brevità chiamato artista”. È un attore, scrittore, regista, giornalista e politico, da anni impegnato soprattutto nel raccontare le mafie al nord. Dopo un suo spettacolo, nel 2009, gli viene assegnata la scorta. Ma questa per lui è solo una delle “caratteristiche meno interessanti poiché non è un pregio, non è un vizio o un difetto ma solo una conseguenza”. Ha pubblicato di recente il suo ultimo romanzo, Santamamma (Fandango Libri).

 

Giulio Cavalli, scrittore, attore, regista, politico impegnato soprattutto contro le mafie. Ne parla nei tuoi libri, nei suoi spettacoli. A che punto è il suo racconto?

Se parliamo di risultati, io credo che abbiamo fatto passi da gigante. Senza fare filosofia, vivo in un territorio in cui dicevano che la mafia non esistesse e finisco sotto scorta perché minacciato dalla mafia (quindi per una cosa che non c’è). Poi però, in quello stesso territorio (Lombardia, nda), mi capita spessissimo di andare nelle scuole, che ritengono l’educazione alla legalità, la conoscenza dei temi mafiosi e antimafiosi, davvero indispensabile. E quindi secondo me uno scatto c’è stato. L’aspetto triste della vicenda è che, ancora una volta, lo scatto è stato solo sociale. Tutto ciò che politicamente è stato fatto, nasce sulla spinta di un movimento sociale che ha obbligato la politica a prendere, o simulare di prendere, posizione. E questo è un pessimo segnale.

Ecco, storicamente al nord le mafie non sono percepite come un problema serio e reale. E’ cambiato il vento?

Sicuramente un’evoluzione c’è stata. Il problema è che ancora oggi il tema mafia non si riesce a declinarlo. Mi sembra incredibile che la politica non capisca che parlare di diritti significa parlare anche di mafie. E parlare di crescita economica, di sviluppo del mondo del lavoro, significa anche parlare di mafie. Invece molto spesso il tema è chiuso in un angolo. È solo una delle bandierine che tutti i movimenti politici vogliono avere.

Qual è il ruolo che gioca il teatro nel racconto delle mafie?

La politica prende decisioni quando semplicemente è troppo impopolare far finta di niente. E quindi il mio ruolo è quello di rendere pop (nel senso pulito del termine) l’indignazione e la pretesa di un’azione politica. Credo soprattutto nel mezzo teatrale, perché ci permette di avere un’attenzione di ascolto che molti altri mezzi non hanno. Oggi il teatro è lo spazio dell’approfondimento.

Già da qualche anno ha intrapreso un percorso politico. Per Lei è stato un passaggio naturale, quello dell’impegno politico, oppure è stato sofferto? Perché magari chi come Lei proviene dal mondo della cultura, sui due binari, quello della politica e quello (appunto) della cultura, si viaggia a velocità diverse.

Il mio è un lavoro molto politico. Perché alla fine, sia che avvenga su un palcoscenico, con un romanzo o con un articolo giornalistico, le mie attività auspicano sempre un cambiamento generale. E le trasformazioni sociali sono politiche. Dal punto di vista dell’esperienza istituzionale, credo di avere fatto molta più politica con la mia professione che da consigliere regionale. Ma questo perché sono convito che ci siano dei meccanismi di scelta della classe dirigente che per me non sono assolutamente potabili. Richiedono compromessi che a me risultano molto difficili. Ma l’impegno poi politico lo ritengo assolutamente indispensabile. Anche la vicinanza a Pippo (Civati, nda) e a Possibile, penso che sia naturale.

La mafia e la corruzione, in un connubio ormai indistinguibile, generano soprattutto ingiustizie e ineguaglianze. Ecco, crede che la sinistra di oggi stia facendo abbastanza?

Mi dispiace, ma sono sconvolto dalla mancanza di responsabilità da parte della sinistra. Prima di tutto perché una parte del popolo è assolutamente analfabeta del tema. Ecco, l’alfabetizzazione di fenomeni così gravi, dovrebbe essere un obbligo per i partiti. Siamo passati dall’avere partiti con una funzione anche pedagogica (Pio La Torre era quello che raccontava la mafia a contadini, questo era il PCI), a sperare che gli stessi partiti “fingano” di imparare. C’è stato un periodo storico in cui la sinistra sul tema delle mafie ha dimostrato una responsabilità superiore. Oggi invece noto un totale distacco.

Quello che sembra mancare è la credibilità. Come la sinistra (o comunque, in generale, chi governa) può essere credibile se poi quando si deve votare su particolari casi (tipo Minzolini, l’ultimo in ordine cronologico) si tirano i remi in barca? Poi le politiche nascono viziate dal pregiudizio della gente.

Esattamente. Tieni conto che essere antimafioso significa essere contro il reato di mafia. Pippo Fava lo raccontava benissimo. Il reato di mafia è sostanzialmente un grumo di egoismo che insegue degli interessi particolari, piuttosto che gli interessi generali. E per essere antimafioso bisogna essere sostanzialmente solidali. Bisogna essere disponibili anche a perdere diritti particolari, se questo permette di raggiungere una crescita dei diritti di tutti. La credibilità si costruisce così.

Manca il senso della collettività.

Certo, la cosa che mi preoccupa non è tanto il federalismo salviniano, che è pittoresco e pericolosissimo, per carità. Però mi sembra assolutamente minoritario. Quello che mi preoccupa è quel federalismo per cui anche molte persone di sinistra sono convinte di dover curare la propria sopravvivenza, di doversi adoperare per le persone più vicine a loro, piuttosto che avere una visione generale.

Mi ha fornito un assist su Salvini. Perché è come se si fosse ribaltata anche l’assunzione delle responsabilità. Parliamo di un partito che negli ultimi venti anni ha governato e tanto. Però quando scende giù a Napoli e la città protesta, Salvini rinfaccia alla gente di protestare solo contro di lui, e non contro la camorra. Quando poi è soprattutto la politica a non ritenere prioritario il contrasto alla criminalità organizzata, che è un tema sistematicamente fuori dal dibattito.

Questo perché dietro il perbenismo, molto spesso, si nascondono le proprie responsabilità. Negli ultimi anni si è abbastanza sbriciolato anche il concetto di lotta. Una parola nobilissima. La storia del movimento antimafia in Italia è una storia di lotta, di scioperi, di recriminazioni, a volte alzando la voce per affermare i propri diritti. Tutte quelle modalità che hanno spinto il movimento antimafia sono improvvisamente divenute fuori moda, se non addirittura osteggiate, anche dalla sinistra. I benpensanti ci dicono che dobbiamo essere collaborativi.

Però c’è anche da dire che negli ultimi anni il movimento antimafioso non gode proprio di ottima salute. C’è stato, forse, anche un po’ di autolesionismo? Mi viene in mente, per esempio, il caso di Maniaci. Crede ci sia, ormai, una mancanza di fiducia anche verso il movimento antimafioso?

È colpa del movimento antimafia o è colpa di un Paese che, a un certo punto, ha pensato che più lunga era la scorta e più credibile era l’antimafioso? Perché Pino Maniaci è diventato, anche a livello internazionale, il profeta unico dell’informazione antimafiosa? Di chi sono le responsabilità?

Certo è un’attitudine tutta italiana quella di delegare ai singoli le massime responsabilità. È successo più o meno lo stesso, almeno dal punto di vista mediatico, con Raffaele Cantone, divenuto ultimo baluardo per il contrasto della corruzione e del malaffare.

Personalmente vorrei un paese in cui Raffaele Cantone (in quanto “Raffaele Cantone”) non esista, ma che tutto il grumo che gli è stato caricato sulle spalle, sia condiviso con i lavoratori pubblici, impiegati bancari, tassisti, eccetera. Da questo punto di vista, a mio avviso l’antimafia ha delle grosse responsabilità. Perché a un certo punto è diventata molto televisiva, ne ha seguito i canoni della comunicazione. Si è molto “mondadorizzata”.

Per concludere, Lei di solito con chi gioca a calcetto?

(Ride)

Come ha interpretato la metafora di Poletti?

Siamo in un paese in cui alle domande “chi sei?” e “che cosa sai fare?” si è sostituita la domanda “chi ti manda?”. Ma questo ben prima di Poletti. Il ministro non è il problema, ma l’effetto. Ogni tanto qualcuno mi accusa di essere troppo vicino alla politica. E la cosa che mi fa sorridere è che sono gli stessi che poi accusano Pippo Civati di essere una percentuale infinitesima nel panorama politico. Quindi diciamo che, da amico di Pippo, da tifoso del Torino, da persona di sinistra, probabilmente ho sviluppato una affezione per l’essere “minoritario”. Per cui ho giocato a calcetto sempre nel campetto sbagliato.

Restando sempre nella metafora, quale partita sta giocando adesso il nostro Paese? Quali sono le due squadre in campo?

Secondo me in campo c’è un pezzo di politica, che nonostante i sondaggi, sta cercando di giocare con la formazione della coerenza, augurandosi che torni prepotentemente di moda. Dalla parte opposta invece centrodestra e centrosinistra giocano insieme (al massimo si dividono le fasce) con il catenaccio, per l’autopreservazione. L’arbitro di questa partita è la Costituzione. E direi che sta funzionando anche abbastanza bene, nel senso che il più grande oppositore politico dei governi degli ultimi dieci anni è stata la Carta.

Forse per questo hanno cercato di “influenzare” l’arbitro.

Che Renzi, alla Moggi, abbia cercato di chiudere nello spogliatoio la Costituzione, mi ha preoccupato fin da subito. Ma è andata bene.

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Mirco Sirignano

Responsabile Blogger per Italianews24.net. Collaboratore giornalistico Freelance e fondatore dell'Associazione Civico97, che si occupa di anticorruzione, beni confiscati e trasparenza nella pubblica amministrazione. Mi sono laureato alla Federico II in Scienze della Pubblica Amministrazione e ho frequentato all'Università di Pisa il Master in Analisi, Prevenzione e Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione, collaborando anche con la campagna Riparte il Futuro.