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Genitori a 70 anni? Si può! Vi presento l’Italia del Medioevo 2.0

Circa 35 anni fa, a mia zia – che proprio in quelle ore aveva dato alla luce la sua primogenita – fu chiesto, da una suora, in quale modo avrebbe cresciuto la creatura. Non scherzo, mia cugina aveva davvero poche ore. Forse non aveva nemmeno aperto ancora gli occhi e mia zia ancora doveva riprendersi dalla fatica del parto. Eppure qualcuno già si preoccupava dell’educazione e della crescita del figlio di qualcun altro.

In questo, gli italiani, sono maestri. Si sistemano dietro una cattedra che si sono fabbricati da soli, stile Ikea, e da lì insegnano ai genitori cosa fare con i figli e come farlo, persino quando. Totalmente incapaci ad occuparsi dell’educazione dei propri figli, scrivono il manuale del perfetto genitore.

E non importa se le regole scritte o gridate a gran voce nei talk show la domenica mattina siano valide o deleterie; ciò che conta è salvare quella patina di “bel paese” che ci portiamo addosso, per salvaguardare quei valori cristiani che ci fanno – da sempre – odorare di stantìo perbenismo. La famiglia – ‘a famigghia – va rispettata, così come Dio ce l’ha tramandata. Perfetta nella sua gerarchia, così estremamente equilibrata nel pieno rispetto dei sentimenti di amore ed appartenenza, tanto naturale quanto il mondo che conosciamo.

Perchè, ricordiamolo, la nostra idea di famiglia si deve basare sul modello tramandatoci dalla sacra famiglia: donna messa incinta a sua insaputa, come stuprata divinamente da un Dio che ha scelto per lei. E lei, quindicenne, grata per quel figlio di cui non ha potuto scegliere nulla, nemmeno il nome. E figuriamoci se il suo sposo, quarantenne (si sa, in amore l’età non conta!), non è felice di crescere il figlio di un altro. Certo, in un primo momento tenta di ripudiarla, ma che c’entra, l’omm è omm. Ma pervaso da grazia divina, perdona. In fondo adulterio non c’è stato. In questa normale ed umile famiglia, si parla di utero ingravidato senza, come dire, passare dal via.

Competere con la perfezione di questa famiglia non è certo semplice, ma gli italiani ci provano. Così i figli, quando arrivano arrivano, noi ce li pigliamo. Così se Carmen Russo si fa congelare gli ovuli, in maniera del tutto naturale, per avere un figlio in tarda età, quando la prole non può più essere un ostacolo per la carriera, allora sì. Questo lo accettiamo.

Se due genitori danno alla luce una bambina, avendo passato da molti anni la soglia dei 60, anche qui alziamo le mani: chi siamo noi per vietare il miracolo della vita? Cosa ce ne frega se destiniamo questi figli a restare orfani in tenerà età, se non saremo capaci di portarli al parco a causa di acciacchi e malattie, perchè preoccuparci della privazione dell’affetto di nonni (nonni che siano nonni e basta, e non genitori anziani), quale importanza potrà mai avere il gap culturale e generazionale? La famiglia è così sacra nella sua naturale perfezione che nessuno può metterci bocca. Lo ha deciso il tribunale di Torino dopo aver valutato la situazione dei due genitori/nonni che hanno avuto la propria bimba passati i 60. Eppure, la figlia non è stata loro “ridata”, ma messa in stato di adottabilità.

Questo ha generato indignazione in quegli italiani che gridano “giù le mani dalla famiglia, ridate la bimba ai genitori!”.

Per carità, siamo convinti che non sia giusto togliere un figlio ai genitori quando questi ultimi non costituiscano pericolo per la prole. Ma in un’Italia che si dice contro le adozioni da parte di coppie omosessuali per garantire la tutela dei figli, come si può permettere che per motivi puramente egoistici si possa procreare senza alcun senso di responsabilità? Nessuno tutela i figli delle donne vittima di violenza, nessuno tutela figli nascosti di preti guida per le comunità, nessuno tutela i figli di chi gioca a fare il genitore. Ditemi, su quali basi negare ad una coppia giovane, sana, sì, omosessuale, la possibilità di alleggerire il peso insopportabile degli orfanotrofi?

Illuminateci.

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Roberta Magliocca

Classe 1988, nasce in provincia di Napoli. Attualmente laureanda in Sociologia della Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica, si è diplomata nel 2012 in Scrittura Creativa presso gli Studi Rai di Via Teulada a Roma e nel 2015 diventa Giornalista Pubblicista presso l'Ordine dei Giornalisti della Campania. Autrice di "Interno Giorno" (Gruppo Editoriale L'Espresso) e "Portami a Vedere i Treni" (Senso Inverso Edizioni), ha collaborato alla stesura di un testo teatrale portato in scena da Michele Pagano nel Novembre 2016. Al momento è alle prese con il suo terzo lavoro letterario.