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Nessuno tocchi Caino, ma Abele chi lo difende?

Se lavorassero, sciopererebbero. Se fossero liberi, si incatenerebbero davanti la sede del palazzo di giustizia. Ma non lavorano e non sono liberi, nè lo saranno mai. E allora protestano.

Sono i detenuti del braccio della morte. Certo, noi la pena di morte non l’abbiamo. Eppure la cosiddetta Fine pena mai è un suo alter ego. Un tantino più sadico e tremendo.

Ecco allora che si grida all’ingiustizia, i detenuti si rivoltano contro quella che credono essere disumanità. Nessun permesso, nessuna semilibertà, nessun affidamento ai servizi sociali. In certe sezioni delle carceri italiane, il puzzo della morte è l’unico odore che riesce a sentirsi; eppure è lontanissimo per chi sa che sarà l’unico modo per uscire da quelle quattro mura.

Sciopero della fame e della sete, dunque, per alcuni detenuti che nei giorni scorsi hanno risollevato una questione che quasi mai è tra le pagine dei quotidiani. Eppure loro sono lì, senza una fine. O meglio, una data ci sarebbe: 31 Dicembre 9999. Ecco quando potrebbero uscire, ecco quando non usciranno mai. Molti l’hanno definita una tortura.

Ma se è vero che chiunque ha il diritto di dire la propria, anche i detenuti della peggiore specie, e che la mancata libertà è quanto di peggio possa esistere per l’essere umano a cui sembra più lieve persino la morte, c’è chi possibilità di scelta non ne ha avuta. Caino ha potuto scegliere; conoscendo la legge, Caino ha potuto scegliere. Ad Abele è stato inflitto un fine pena mai dal quale non si torna indietro. Nessun Orfeo che possa scendere negli inferi a cercar la sua Euridice, nessuna lira che possa incantare dèmoni o santi. Solo l’eterna ingiustizia di chi voleva vivere e non ha più potuto, di chi si è trovato ad essere agnello sacrificale per banchetti altrui.

Ed è vero che non siamo più nel medioevo e che la legge del taglione è demodè. Ma se si pensa agli uomini, alle donne, ai bambini innocenti a cui è stata strappata la vita ingiustamente, forse il fine pena mai ci sembrerà finanche troppo lieve per chi con prepotenza si è elevato a detentore di vita e morte.

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Roberta Magliocca

Classe 1988, nasce in provincia di Napoli. Attualmente laureanda in Sociologia della Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica, si è diplomata nel 2012 in Scrittura Creativa presso gli Studi Rai di Via Teulada a Roma e nel 2015 diventa Giornalista Pubblicista presso l'Ordine dei Giornalisti della Campania. Autrice di "Interno Giorno" (Gruppo Editoriale L'Espresso) e "Portami a Vedere i Treni" (Senso Inverso Edizioni), ha collaborato alla stesura di un testo teatrale portato in scena da Michele Pagano nel Novembre 2016. Al momento è alle prese con il suo terzo lavoro letterario.