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Il popolo della tammurriata

T’a voglio regalare ‘na canzone. C’è un mondo nascosto dalle critiche, dai luoghi comuni e dalle cartoline che dipingono Napoli. Un mondo che al sole ha steso gonne lunghe ed ampie e non panni sporchi lavati in pubblico.

C’è la musica antica, quella più autentica, che racconta la Napoli che fu, l’amore in guerra, la positività nelle disgrazie, i baci al sole anche se piove. E poi ci sono loro, i ballatori, coloro che esorcizzano la paura di pesti e carestie, coloro che pregano con i piedi che si uniscono e le mani che suonano e le bocche che cantano.

E’ il popolo della tammurriata.

La tammurriata è una danza tradizionale della Campania. Il termine tammurriata fino a pochi decenni fa designava solo un repertorio canoro-strumentale, al momento – invece – rappresenta una complessa famiglia di balli sul tamburo (chiamata anche dai diretti esecutori semplicemente ballo).

Viene eseguita in una vasta zona che va dalla bassa valle del Volturno, il Casertano, l’area circumvesuviana, sino all’Agro Nocerino, il Nolano e alla costa amalfitana. Si, insomma, si balla tra l’amore e il mare.

L’ammore abbrucia ‘o ffuoco int’ ‘a lu core e quantu fuoco dint’ ‘o core mio, ca nun ce abbastarrà, tutto lo mare de la terra mia. 

E’ un ballo che viene svolto in coppia, in una complicità che coinvolge gli occhi e non i passi come accade in altre danze. La tammurriata ha dei passi ben codificati, ma assolutamente non è scritta l’alternanza con cui devono essere eseguiti. Quindi nessuna coreografia. All’interno della coppia, i gesti vengono comunicati con gli occhi, i protagonisti della danza si seguono a vicenda, senza mai toccarsi.

Ci si viene incontro e ci si allontana, in una sensualità travestita di gioco e musica. Con queste danze ci si dice tutto e non ci si dice niente, ma soprattutto ci si scambia la tradizione. E chi meglio lo può fare se non loro, gli anziani, i saggi, gli uomini seduti fuori ai portoni della propria esistenza.

Sono lì, che con gli occhi vegliano, con il cuore sentono, con la bocca insegnano e tramandano i valori, la semplicità dei sentimenti, ma soprattutto, tutti quei racconti di vita vissuta che non si trovano nei libri di storia e che arricchiscono il popolo rendendolo unico. Ed ecco, allora, che la tammurriata diventa molto più che un semplice ballo. E’ storia e passione, gioco e seduzione, colore e inchiostro, terra e stelle. Acqua e fuoco.

E ‘o ffuoco ca ce sta, s’arrobba ‘o core ‘e tutt’ ‘e ‘nnammurate. Sono le radici che ognuno di quei ballatori, musicanti e cantori ha a farmi capire la grandezza di questo Sud. Sono persone che hanno il mare negli occhi, nelle mani e nei pensieri.

Un mare che potrebbe portarli ovunque, eppure loro restano lì, come querce secolari, convinte che, lontane dal proprio sole, perderebbero l’ammore e ‘a cuntentezza. E in questo mondo che, un po’ innalza al cielo e un po’ brucia di passione dissacrante, si continua a ballare tra l’amore sacro e l’amor profano.

Lu paravis è fatto pe’ li santi, l’inferno è fatto pe’ chi fa l’ammore.

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Roberta Magliocca

Classe 1988, nasce in provincia di Napoli. Attualmente laureanda in Sociologia della Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica, si è diplomata nel 2012 in Scrittura Creativa presso gli Studi Rai di Via Teulada a Roma e nel 2015 diventa Giornalista Pubblicista presso l'Ordine dei Giornalisti della Campania. Autrice di "Interno Giorno" (Gruppo Editoriale L'Espresso) e "Portami a Vedere i Treni" (Senso Inverso Edizioni), ha collaborato alla stesura di un testo teatrale portato in scena da Michele Pagano nel Novembre 2016. Al momento è alle prese con il suo terzo lavoro letterario.